La stanza delle torture

14 Luglio 2011 Nessun commento

La stanza delle torture

copertina

copertina

Giovane Holden Edizioni

200 pp
15,00 €
Collana:
Mani sagge

2011
Isbn: 978-88-6396-166-9

QUARTA DI COPERTINA

Essendo allergica al sottoporre le persone alla tortura di
rispondere a qualsiasi tipo di domanda, le interviste dell’autrice assumono la
forma di chiacchierate.
Questa è la raccolta di tutte le interviste realizzate per conto del
quindicinale “Paspartu”, nell’arco di tempo che va dal 2008 al 2011. Gli
intervistati sono persone che hanno qualcosa da dire, più o meno interessante.
All’autrice piace ricordare sempre che per avere qualcosa di interessante da
dire non importa essere famosi! Perciò, tra i malcapitati che si sono
sottoposti alla tortura, troviamo nomi noti e meno noti, alcuni mai sentiti
nominare! L’importante è che, alla fine di ogni intervista, il lettore abbia
l’impressione di aver imparato qualcosa di nuovo. In fondo questo è lo spirito
con cui l’autrice sceglie le persone da intervistare e se intuisce di avere per
le mani un mitomane che altro non aspira se non di comparire su una qualsiasi
testata giornalistica… beh…

CINZIA DONATI

E’ nata a Pisa il 9 maggio 1974 e vive a Torre del Lago
Puccini. Giornalista “free”, coordina la redazione del quindicinale “Paspartu”,
cura la sezione Eventi del sito versiliainfo.com, è caporedattore di “W.I.P.
Work In Progress”, trimestrale del Consorzio Le Bocchette, e si occupa di
uffici stampa.
Nel tempo libero dipinge e muove i primi passi nel mondo del ballo liscio.
Prima di distrarsi seriamente con il lavoro, suonava il clarino, il pianoforte
e la chitarra. Nella prossima vita sarà una velina e sposerà un calciatore.

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Gianni Bini

3 Settembre 2010 Nessun commento

L’INTERVISTA (uscita su Paspartu 1 luglio 2010)

DI CINZIA DONATI

Gianni Bini

blog gianni bini 1

Incontriamo Gianni Bini nel suo studio di registrazione. Uno studio “provvisorio”, perché quello che aveva in via Ponchielli a Viareggio è andato completamente distrutto nella strage ferroviaria del 29 giugno scorso. Una vera fortuna che al momento esatto della strage non ci fosse nessuno a lavorare, se consideriamo il fatto che la maggior parte degli studi di registrazione lavora anche di notte… Gianni prevede che i lavori in corso al nuovo studio, che sta risorgendo proprio in via Ponchielli, siano terminati entro breve.

blog gianni bini 2

D: Gianni, che lavoro fai?
R: Produttore discografico.

D: E’ un vero e proprio lavoro? Lo fai da sempre?
R: Sì, è un lavoro vero e proprio. Però ho iniziato come dj ai tempi di BussolaDomani.

D: Che scuole hai frequentato?
R: Ho fatto l’I.T.I. Sono perito elettronico.

D: Da chi hai ereditato la passione per la musica?
R: Diciamo da parte di mia mamma. La sua è una famiglia di musicisti da generazioni, fino al bisnonno. Sai che il mio bisnonno era “quel” Giuseppe Pardini che dà il nome alla Banda di Torre del Lago Puccini? Poi i miei nonni suonavano: la nonna il pianoforte e il nonno la batteria. Mia madre cantava e avrebbe potuto avere una bella carriera, a cui ha rinunciato per dedicarsi alla famiglia.

D: Insomma possiamo dire che in casa tua si è sempre respirata aria di musica…?
R: Eh sì. Sono cresciuto ascoltando jazz, soprattutto Benny Goodman.

D: Come sei passato dal jazz alla discoteca?
R: Direi che fin da piccolo mi sono sempre appassionato al mondo discotecaro. Ricordo che a 14 anni, come regalo di Natale, chiesi i piatti e il mixer.

D: E te li hanno regalati?
R: Sì.

D: Quindi ti sei trasformato in dj…?
R: Ho imparato e poi a 18 anni ho avuto la mia prima esperienza lavorativa in questo campo, nel tendone di BussolaDomani per tutto il periodo invernale.

D: In quali altre discoteche hai lavorato?
R: Dal 1990 al 2007 in lungo e in largo per la penisola, ma ho avuto anche la fortuna di girare quasi tutta l’Inghilterra, la Spagna, poi anche Messico, Sudafrica, Grecia…

D: Lavoravi fisso per una discoteca oppure ruotavi?
R: Ho sempre girato per varie discoteche, evitando un ruolo fisso per non fossilizzarmi su un genere specifico. Mi piaceva, piuttosto che andare dietro alla moda del momento, proporre una mia musica che mi potesse contraddistinguere. Avevo 18 anni, era il 1987 e in Italia l’house era all’inizio. Mi dedicai a quella.

blog gianni bini 3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

D: Ora cosa c’è di nuovo nel panorama musicale?
R: Secondo me ci sarebbe bisogno di creare veramente qualcosa di nuovo. Ci sarebbe da azzerare tutto e fare una specie di “reset” dal punto di vista sia musicale che organizzativo. Ma ora come ora iniziare qualcosa di nuovo è impossibile. Forse si potrebbe azzardare un passo indietro, proprietari di locali e dj.

D: Si guadagna bene facendo il dj?
R: Guarda, il dj è una figura che vive un grande contrasto: una ristretta cerchia di dj è anche star e guadagna tantissimo. Poi ci sono tantissimi dj che invece non guadagnano nulla. Comunque non credo sia possibile vivere facendo solo il dj.

D: Tu lo fai ancora?
R: Può capitare, ma non è la mia attività principale. Oggi ho uno studio di registrazione. Una buona parte dei miei clienti è fatta di giovani dj che autoproducono un loro primo album, che poi servirà da “biglietto da visita” per presentarsi sul mercato.

D: Nel tuo lavoro, ti sei mai tolto soddisfazioni particolari?
R: Come dj sì. Dagli anni Novanta e fino al 2005 ho suonato i miei dischi in tutte le discoteche più famose del mondo. Posso dire che mi sono tolto tutte le soddisfazioni!

D: Collabori con qualche collega?
R: Ho sempre avuto un “socio” nelle mie avventure: per 9 anni è stato Fulvio Perniola. Insieme a lui ho tirato fuori un genere di musica “mio”. Dal 1996 invece collaboro con Paolo Martini con il quale gestisco il nostro business.

D: In cosa consiste il “tuo” genere di musica?
R: Prendo quello che la tecnologia offre musicalmente, poi lo faccio mio, cercando sempre di non copiare gli altri.

D: …Come produttore discografico invece cosa puoi raccontarmi?
R: Come dicevo, dal 1996 ho iniziato un percorso con Paolo Martini che mi ha portato a creare l’etichetta Ocean Trax Records e lo studio House of Glass. Come produttore mi interessano vari generi, sia house che commerciale. Negli anni Novanta alcuni miei progetti hanno raggiunto i vertici delle classifiche. Parlo di Netzwerk, Goodfellas, Eclipse. Anche l’attività di remixare pezzi già conosciuti mi dà soddisfazione: ho remixato pezzi di Diana Ross, Simply Red, Jamiroquai, Backstreet Boys, Mario Biondi, Whitney Houston. Per quest’ultima ho curato parte degli arrangiamenti del live tour 2010.

D: Il tuo studio è da sempre a Viareggio?
R: No, per sei anni l’ho avuto a Massa. Poi dal 2006 mi sono trasferito a Viareggio, in via Ponchielli (la via diventata tristemente famosa perché colpita dal disastro ferroviario del 29 giugno, NDR). Lo studio di via Ponchielli è andato completamente distrutto il 29 giugno scorso. Però al momento lo sto ricostruendo e spero di poter tornare operativo nel mese di settembre. Pensa che lavorare di notte, per uno studio di registrazione, è una cosa normalissima. Quella particolare sera, per fortuna, non c’era nessuno…

D: Al momento, a cosa ti stai dedicando in particolare?
R: Sto producendo l’album di Paola e Chiara. Probabilmente uscirà a settembre e sarà pop/dance. A breve uscirà il primo singolo: “Pioggia d’estate”.

D: Descrivici la tua giornata modello…
R: Alle 8 accompagno i bimbi a scuola (Nicola di 5 anni e Anna di 2 anni). Faccio una colazione dietetica (dovrei perdere 3 o 4 chili) e poi vado in studio, dalle 9 fino alle 20. Vivo a Viareggio con la mia compagna Ilaria. La sera vado a casa e cucino: sono io il cuoco di casa! Poi dopo cena sto con i miei figli e monto i Lego!

D: Una compagna, due figli, i Lego… Hai una vita piuttosto “tradizionale”, per essere un dj!
R: Sì, sono tradizionale! Anni fa andavo a dormire alle 7 di mattina, ma ora sono più regolare e vado a dormire prima di mezzanotte. E’ importante stare bene!

D: Non ti è mai interessato lo “sballo”?
R: No, pur essendo da sempre in questo ambiente, non ho mai sgarrato in questo senso. Un po’ lo devo alla mia famiglia e un po’ allo sport, il tennis, che ho praticato a livello agonistico.

D: In cosa consiste il lavoro di produttore discografico?
R: Ascolto i tantissimi pezzi che mi arrivano dai giovani che cercano un produttore. Per scegliere di produrre qualcuno seguo il mio gusto personale, oppure l’andamento del mercato.

D: Un consiglio per chi volesse intraprendere la carriera di dj?
R: Ci vogliono determinazione, entusiasmo, caparbietà. E anche qualche soldino da investire. Bisogna avere una predisposizione per la musica, ma anche per la tecnologia, perché quando ho iniziato io c’era il giradischi, ma ora c’è quasi solo il computer. Anzi fra quattro o cinque anni non esisteranno più nemmeno i cd e i dj si collegheranno alla discoteca direttamente da casa senza fili!

D: Vai mai in discoteca per svago?
R: No. Non ci andrei mai per svago!

D: Un sogno nel cassetto?
R: Scoprire, da produttore, un artista italiano emergente che arrivi a vendere tante copie.

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CHI E’…
Gianni Bini comincia la sua avventura nel mondo musicale come dj alla fine degli anni Ottanta. Dopo circa un decennio, dall’incontro con Fulvio Perniola, nasce il progetto “Fathers of Sound”, grazie al quale stringono agganci con label e artisti inglesi (Danny Rampling e Pete Tong). Nel 1998 fonda la Ocean Trax con Paolo Martini. Ad oggi Gianni, oltre al progetto Bini e Martini, collabora con Michael Baker (produttore di fama internazionale, nonché di Giorgia e direttore musicale di molti artisti internazionali come Whitney Houston) e sta lavorando all’arrangiamento di due delle più famose canzoni di Whitney Houston, “Dance with somebody” e “Every Woman”.

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Michela Lombardi

21 Agosto 2010 Nessun commento

L’INTERVISTA (uscita su Paspartu 1 giugno 2010)

DI CINZIA DONATI

Michela Lombardi: tre anime in una!

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Incontriamo Michela Lombardi a Lido di Camaiore, dove sta ristrutturando la casa in cui andrà a vivere entro breve insieme al marito. Michela ha tre anime ben distinte l’una dall’altra: una dance, che si chiama Malina, una jazz, che è la Michela Lombardi più conosciuta, e una pop, che porta il nome di Pernilla…

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D: Michela, a parte la casa dove andrai a vivere, hai qualche altro collegamento con la Versilia?
R: Certo! Sono nata a Viareggio e i miei genitori sono da sempre i titolari del ristorante “Da Bernardone”, che ora è a Nocchi di Camaiore. Poi sono titolari anche del Bagno Oasi a Lido di Camaiore.

D: Allora sei versiliese a tutti gli effetti! Scusa se te l’ho chiesto, ma sai, visto che canti in inglese…
R: Ah! L’inglese lo conosco bene perché ho iniziato a studiarlo a otto anni. Ero alle elementari e mi ero presa una bella cotta per un bambino inglese. Per parlare con lui iniziai a studiare la sua lingua! Poi, visto che la mia intenzione era di studiarlo seriamente, i miei genitori mi mandarono in una scuola specifica per impararlo bene. Poi devo dire anche che insieme ai miei fratelli (ho un fratello e una sorella) e ai miei cugini ascoltavo i dischi in inglese. Anche quello mi ha aiutato…

D: Cosa ascoltavate?
R: Soprattutto Elvis Presley.

D: Poi dall’ascolto sei passata al canto…
R: Ho iniziato con la dance. Nel 1999 con il nome di Malina ho pubblicato un mio disco pop-rock, “Gently Hard”. Pensa che in questo disco ospitavo Petra Magoni in un pezzo e Stefano Bollani (moglie e marito, NDR) in un altro pezzo. Però poi loro due, che ora sono sposati, si sono conosciuti l’anno dopo!

D: Ebbe successo “Gently Hard”?
R: Due brani furono remixati in versione dance ed ebbero un discreto successo.

D: La dance quindi è il tuo primo amore?
R: No! Il mio primo amore sono le cantautrici blues, soul e country.

D: Ad esempio? Qualche nome?
R: Suzanne Vega, Janis Joplin, Tori Amos, Dusty Springfiled, Sheryl Crow, Bonnie Raitt…

D: Quindi da sempre canti e componi in inglese…
R: Sì. Però a 35 anni ho finalmente iniziato a scrivere in italiano.

D: In che momento hai capito che il tuo lavoro avrebbe avuto una svolta decisiva?
R: Il 2003 è stato un anno folgorante! Ho prodotto il mio primo disco jazz “Small Day Tomorrow”. Da lì tutti gli altri si sono susseguiti, fino ad arrivare all’ultimo uscito “The Phil Woods Songbook VOL. 1”.

D: Quindi uscirà presto il VOL. 2?
R: Sì, in autunno.

D: Per chi non lo conosce, chi è Phil Woods?
R: E’ un grandissimo sassofonista. Per chi non è jazzofilo, è il sax che fa l’assolo sulla famosa “Just the way you are” di Billy Joel. Nel jazz è una delle leggende viventi.

D: Come lo hai conosciuto?
R: Ho iniziato scrivendo un pezzo per lui in italiano, poi ne ho scritti alcuni in inglese. Successivamente ha avuto occasione di ascoltare la mia voce e ha deciso di affidarmi l’interpretazione della raccolta di tutti i suoi pezzi, che appunto sono pubblicati in questi due volumi.

D: Abbiamo parlato della tua anima dance e di quella jazz. Ne hai una terza, se non sbaglio…
R: Sì. Quella pop. Nel 2009 ho scritto due pezzi pop per Karima, che conosco dal 2004: “Riflessi” e “Un domani per noi due”.

D: Quindi hai iniziato l’anno scorso a scrivere in italiano?
R: Eh sì! Grazie a Riccardo Dellocchio, chitarrista della band aretina Casa del Vento, è nata la mia terza anima, che si chiama Pernilla e fa pop italiano.

D: Perché dici “grazie a Riccardo Dellocchio”?
R: Perché Pernilla è  un progetto cantautoriale italiano nato con lui. Riccardo ha suonato nell’ultimo disco di Patti Smith.

D: Con Pernilla quindi le tue anime, in tutto, sono tre?
R: Sì. Non a caso sono laureata in Filosofia e la mia tesi era sull’io multiplo, che secondo me non vuol dire mancare di coerenza, come molti credono, ma piuttosto significa prendere il meglio da ogni anima!

D: Riassumiamo queste tre anime…
R: Malina, dance e rock; Pernilla, cantautrice in italiano; Michela Lombardi, jazz.

D: Quale è la tua preferita?
R: Mah… Alla fine Michela Lombardi! Soprattutto perché nel jazz ho maggiore libertà e posso spaziare.

D: In che senso puoi “spaziare”?
R: Il jazz è un genere in cui non ci si pone il problema di dover rispondere a dei canoni imposti. Non ci si pone il problema commerciale, perché il jazz già di per sé non è commerciale!

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D: Al momento che lavoro fai?
R: Cantante e insegnante di canto.

D: Da quanto tempo lo fai come lavoro a tempo pieno?
R: Da metà anni Novanta, però ero ancora studentessa. Poi dal 2002, anno in cui mi sono laureata, è diventato il mio lavoro fisso.

D: Dove vivi?
R: A Lucca. Ma sto ristrutturando una casa a Lido di Camaiore.

D: Frequenti qualche locale in Versilia?
R: A venti anni frequentavo i locali della Darsena di Viareggio. Però non andavo in discoteca, se non per cantare dal vivo.

D: Sei sposata?
R: Sì, da febbraio 2010.

D: Con un tuo collega?
R: No. Mio marito fa tutto un altro tipo di lavoro! Non ho mai avuto amori nel campo della musica!

D: Qualche esperienza lavorativa che ricordi con piacere?
R: Direi un mio pezzo contenuto nel disco di Malina, inserito nel cortometraggio “Sotto le foglie” di Stefano Chiodini, con Valerio Mastandrea e Cecilia Dazzi, che ha vinto il Globo d’Oro nel 2006. Ho scritto musica e testo. Poi ricordo con piacere anche la band Plisdebill, con cui nel 1998 feci un disco di cover funky-disco anni ’70-’80. Le voci eravamo io e Matteo Becucci.

D: Un pregio?
R: Riflessiva.

D: Un difetto?
R: Troppo riflessiva!

D: Un complimento che ti ha fatto piacere?
R: L’ho ricevuto quando Luciano Federighi, uno dei massimi esperti di vocalità jazz, soul e country, ha scritto di me che sono “una vera storyteller”, cioè una cantante che sa raccontare una storia. Del resto, per questo si fa musica: per raccontare agli altri come noi vediamo il mondo.

D: Invece una critica che non ti è piaciuta?
R: Quando le persone confondono la staticità con la coerenza. Io faccio cose diverse tra loro per la voglia di spaziare, non perché non sono coerente! Per me spaziare tra diversi generi è vitale per cogliere in ognuno di essi ciò che riflette una parte di me.

D: Che suoneria hai sul cellulare?
R: Ne ho due. Una per mio marito, “I’ve got a crush on you” di George Gershwin, cantata da me con le mie amiche di Lucca. L’altra, per tutti gli altri, è una registrazione dal vivo fatta a casa di Rita Marcotulli, mentre Rita e Riccardo Arrighini provavano un pezzo a quattro mani.

D: Usi Internet?
R: Sì. Vado spesso su Facebook e compro dischi di importazione su siti specializzati.

D: Progetti futuri?
R: Lavorare un po’ di più al progetto Pernilla.

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CHI E’…
Michela Lombardi nasce a Viareggio il 19 dicembre 1973. Inizia a cantare dal vivo a 14 anni con una rock band, passa al soul e al blues per poi innamorarsi del jazz (che inizia a studiare con Tiziana Ghiglioni a Bologna nel 1994). Dopo una breve parentesi nella dance (genere nel quale ha inciso anche per la newyorchese TommyBoy Label e continua a scrivere hits), esordisce nel jazz pubblicando, a partire dal 2004, diversi cd con l’etichetta Philology, affiancata da alcuni dei più importanti jazzisti del panorama italiano. Si è esibita in molti festival in Italia, Francia, Belgio e Germania e nel 2009 ha inaugurato la stagione di jazz al Teatro dell’Opera di Tel Aviv. E’ inoltre un’apprezzata autrice, tanto da esser stata scelta dal grande sassofonista Phil Woods per cantare tutti i brani e scrivere alcuni testi per i due cd del “The Phil Woods Songbook”. Ha scritto due testi per l’Ep d’esordio di Karima, uno dei quali è l’adattamento ufficiale di un brano di Burt Bacharach. E’ laureata con lode in Filosofia, ha un Master in Teatro e un Diploma in Jazz al Conservatorio di Firenze.

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Giorgio Michetti

21 Agosto 2010 1 commento

L’INTERVISTA (uscita su Paspartu 16 maggio 2010)

DI CINZIA DONATI

Giorgio Michetti: il Maestro

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Incontriamo il Maestro Giorgio Michetti nel suo studio a Viareggio, in via San Francesco. Un uomo di 98 anni, che ha attraversato un intero secolo, ne ha di cose da raccontare e parlando con lui l’intervista si trasforma in una simpatica chiacchierata. Ci accoglie in modo elegante e garbato, sorridente, caratteristiche che scopriamo poi essere una costante del suo carattere.

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D: Maestro, grazie per averci concesso un po’ del suo tempo. Immaginiamo che, grazie a questa mostra in corso a Palazzo Paolina che sta avendo grande successo, saranno tanti i colleghi che chiedono di intervistarla…
R: Non tanti. Anzi all’inaugurazione della mostra non c’era nessun giornalista. Solo voi di Paspartu.

D: Però alla conferenza stampa ho visto che c’erano…
R: Sì, ma le domande sono sempre le stesse e le risposte pure! Alla fine racconto sempre gli stessi aneddoti…!

D: C’è una domanda in particolare che nessuno le fa mai e a cui invece le farebbe piacere rispondere?
R: Mah… Veramente no.

D: Ho visto la sua monografia “Giorgio Michetti. Un artista, tre vite”. Come è nata?
R: E’ una monografia che contiene appunti di vita che ho tirato giù per divertimento e che poi Antonella Serafini ha rimesso in ordine. Inoltre ci sono tante fotografie prese dal mio archivio personale. Si parla di me, del mio lavoro e della mia famiglia…

D: Ci racconti qualcosa della sua famiglia…
R: Sono nato in una famiglia grande, in tutto 7 fratelli, 4 maschi e 3 femmine. Mio padre era farmacista.

D: Da chi ha ereditato la vena artistica?
R: Non si sa! Molto probabilmente mio nonno, che era nato a Stiava, era parente del pittore Francesco Paolo Michetti, ma non è sicuro…

D: Come mai non è sicuro?
R: Perchè tanti documenti che riguardavano la mia famiglia ai tempi di mio nonno sono andati persi. Io, per mia passione personale, mi sono fatto fare l’albero genealogico della famiglia e sono risalito fino al 1600, ma poi le tracce si perdono.

D: In casa sua qualcuno dipingeva?
R: No. Mio padre, dicevo, era farmacista, collega di Mario Tobino. I suoi fratelli tutti farmacisti e mio nonno era maestro elementare.

D: Maestro elementare a quei tempi voleva dire avere una bella cultura, vero?
R: Ah sì. Mio nonno era un personaggio! E’ stato anche assessore alla cultura proprio qui a Viareggio. Jenco fu eletto preside da lui! Era maestro e si dilettava a scrivere. Sai che scrisse la prima guida turistica alla città di Viareggio? Datata 1893! Era una persona molto fantasiosa.

D: I suoi genitori erano di Viareggio?
R: Sì. Mia madre nacque nel Palazzo della Marina in via Regia e mio padre in via Garibaldi.

D: A quanti anni ha iniziato a dipingere?
R: Avevo 6 anni. Ho cominciato sporcando le pareti di casa, poi mio padre mi regalò un cavalletto per evitare di chiamare sempre l’imbianchino!

D: Ci può descrivere la sua giornata-tipo?
R: Ah la mia giornata è tipo quella di un frate! Lui prega e io disegno! Passo tutto il giorno dentro il mio studio. La vita moderna e il frastuono non mi attirano molto.

D: A che ora si sveglia la mattina?
R: Mi alzo verso le 6,30 – 7,00. Poi vengo nel mio studio e ci sto tutto il giorno. Vivo qui: disegno e ricevo le visite degli amici.

D: Vengono tante persone a trovarla?
R: Tantissime!

D: Ha tanti amici?
R: Sì. Mi vengono a trovare e mi aiutano nelle varie cose… Ad esempio, per allestire questa mostra in corso a Palazzo Paolina, due amici mi hanno aiutato molto…

D: Per pranzo e cena rispetta gli orari?
R: Cerco di rispettare degli orari perché secondo me, se una persona si costruisce un ritmo abbastanza regolare, riesce a vivere meglio. Mangio all’una, poi dormo un’oretta, ceno verso le otto e alle undici vado a dormire.

D: Guarda mai la televisione?
R: Sì, qualcosa guardo, ma non il telegiornale perché ci sono solo cattive notizie. Quelle buone, o non ci sono oppure non fanno notizia…

D: Come era Viareggio quando lei era bambino?
R: Il paese dove sono nato io era un giardino, un salotto. Sai che le donne lavavano tutti i giorni il marciapiede davanti casa con il sapone? Ora è uno dei paesi più sporchi d’Italia. Comunque io tutti i giorni pulisco il marciapiede davanti casa mia!

D: E’ impegnato in politica?
R: Mi disinteresso e non ho tessere di partito. Sono fondamentalmente anarchico, nel senso che mi amministro da solo. Per questo, trovo spesso inciampi sul cammino. Ho vissuto 32 anni a Milano e lì mi ricordo che, quando si parlava di cultura, non si guardava la politica.

D: Ma sbaglio o in casa sua ha pochissime opere fatte da lei?
R: Sì, ho pochissimi quadri miei in casa perché ho sempre venduto tutto. Facevo il pittore di lavoro e dovevo mantenerci la famiglia.

D: Quanti figli ha?
R: Ho tre figli che vivono a Milano, 2 femmine e un maschio.

D: Che lavoro fanno?
R: Una ha studiato arte e si dedica alla pubblicità, una lavora nel campo della moda e uno fa l’architetto. Sono anche nonno di 4 nipoti e bisnonno di 2 pronipoti.

D: Mi diceva che faceva il pittore a tempo pieno…
R: Sì. Ma non ho fatto solo quello. Ci sono state due interruzioni nella mia vita. Una durante la Campagna d’Africa, nel 1935, per cui interruppi gli studi e feci il corso per allievi ufficiali. Poi durante la II Guerra Mondiale. Non si viveva di arte in tempo di guerra!

D: Finita la Guerra ha proseguito con l’arte?
R: Sì sì. Finita la II Guerra Mondiale sono tornato a dedicarmi all’arte a Viareggio.

D: A quanti anni ha fatto la prima mostra?
R: A circa 17 anni, a Castiglioncello. Tra i visitatori venne Luigi Pirandello.

D: Qual è la mostra più ampia che ha realizzato?
R: Una mostra organizzata nel 1978 in Svizzera, dove ho vissuto per  un po’. Avevo uno studio a Lugano. Fu un’esposizione con 320 opere tutte mie: in pratica un museo tutto per me. E’ la mostra che ricordo con più piacere, sia per il numero delle opere che per la sede, molto prestigiosa e visitatissima. L’editore mi mise a disposizione un appartamento direttamente sul posto proprio per preparare tutto.

D: C’è un’opera in particolare che rimpiange di aver venduto?
R: Mah… Io ho fatto in tutto 2946 quadri. Ogni volta che vendevo un’opera, un po’ mi dispiaceva.

D: I quadri che ha venduto, sa dove sono?
R: Sì, quasi tutti so dove sono. Poi sono tutti catalogati. Io e mia moglie abbiamo catalogato tutto quello che ho fatto. Penso di essere l’unico pittore ad avere un catalogo completo delle proprie opere.

D: E’ soddisfatto di questa mostra a Palazzo Paolina?
R: Sì, sono felicissimo. Penso di chiudere, con questa, la mia attività di pittore. Un po’ perché 98 anni sono tanti e un po’ perché organizzare mostre è faticoso. Vorrei chiudere in bellezza. Ci sono circa 60 pezzi, non solo quadri, ma anche sculture, affreschi e anamorfosi. Opere dal 1929 fino all’ultimo affresco del 2010.

D: Quindi ha fatto anche lo scultore?
R: Sì, ma per poco perché preferivo i pennelli.

D: Quali sono i colleghi che stima di più?
R: Sono stato amico di tutti i pittori viareggini: Renato Santini, Alfredo Catarsini, Mario Marcucci.

D: Un consiglio per i giovani che si occupano di arte?
R: Studiare un po’ di più. E’ una raccomandazione inutile perché la vita moderna è superficiale. Se guardiamo bene, nel campo dell’arte è un momento piatto, si somigliano tutti. Poi tutti fanno l’astratto, perché per quello non importa saper disegnare! Di nuovo non c’è nulla. Bisognerebbe impegnarsi per tirare fuori cose nuove. Io ho insegnato a tanti a disegnare. Il mio studio, come dico sempre, è aperto a tutti e quindi anche ai giovani che vogliono imparare.

D: Lei appartiene a qualche corrente artistica?
R: No. Mi sono estraniato, soprattutto dal mercato. Ho vissuto un po’ da eremita, sono solitario. Mi sono ispirato a Michelangelo e al Futurismo, ma penso di aver creato una pittura tutta mia.

D: Per fare il pittore bisogna…?
R: Bisogna lavorare dalla mattina alla sera come un operaio! E’ indispensabile per diventare padroni della tecnica. Oggi la manualità non si usa più perché si usa il computer. Penso che i ragazzi del futuro nasceranno con due dita sole, quelle indispensabili per battere sulla tastiera del computer!

D: Un pensiero finale?
R: Il cervello è il motore di tutto. Il mio lavora sempre, giorno e notte, perché ho tantissima fantasia. Però è meglio non sognare e vivere dipingendo!

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CHI E’…
Giorgio Michetti nasce a Viareggio il 7 dicembre 1912. Dopo un brillante e precoce avvio sulla strada della pittura – allestisce la prima personale non ancora diciassettenne – la morte del padre, la guerra in Etiopia, il secondo conflitto mondiale e conseguenti scelte successive lo tengono lontano dall’arte fino al 1962, anno in cui si trasferisce a Milano e riprende, con successo quasi immediato, la carriera artistica. Il suo linguaggio si caratterizza soprattutto per la tecnica dell’affresco con cui esegue anche importanti opere pubbliche nelle città di Milano, Seregno, Cerro Maggiore, per il Tribunale di Desio e per la Chiesa del Beato Andrea di Peschiera del Garda. Nel 1989 torna a Viareggio, prosegue nella pittura e diviene anche organizzatore e animatore dello “Spazio Incontro”, destinato a mostre, conferenze e iniziative culturali di vario genere. Le sue opere sono presenti in importanti collezioni private, fra cui la Banca di San Marino, e pubbliche, fra cui la GAMC di Viareggio, la Pinacoteca di Siena e il Museo di Cracovia.

FOTO DI SERGIO FORTUNA

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Geko

8 Agosto 2010 Nessun commento

L’INTERVISTA (uscita su Paspartu 1 maggio 2010)

DI CINZIA DONATI

Geko: da dj a cantautore

geko

Da dj a cantautore il passo è breve, se come Giacomo Dati – in arte Geko – fin da piccoli in casa si respira aria di musica. Il pianoforte è il suo strumento, perché la mamma da sempre è pianista. Due singoli usciti, un terzo posto al prestigioso Premio Lunezia e un album in uscita… Ma parliamone direttamente con lui!

geko

D: Come inizia la tua carriera musicale, Geko?
R: Inizia verso i 15 anni, come dj nei locali della Versilia.

D: Invece il nome “Geko” da dove esce?
R: Venne in mente a Carlo Comparini, che a quel tempo era direttore artistico della Bussola e titolare dell’etichetta discografica con cui lavoravo. Pensò al geco come animale portafortuna…

D: Come dj hai lavorato fuori dalla Versilia?
R: Sì. Nel 2001 ho aperto uno studio privato per produrre musica dance e ho iniziato a lavorare per diverse etichette discografiche che distribuiscono i loro prodotti in tutta Italia.

D: Come sei passato da produttore dance a cantautore?
R: Nel 2001 è entrato in società con me Alessandro Golfieri, maestro di musica classica. Lo studio quindi è andato nella direzione cantautoriale, diciamo più acustica. Abbiamo iniziato a lavorare con i cantautori e un giorno ho fatto ascoltare qualcosa di mio a Salvatore Toda (cantautore, NDR). Gli è piaciuto quello che avevo scritto e ho collaborato per un po’ con lui…

geko

D: Ti senti di poterti inquadrare in qualche genere musicale?
R: Direi pop.

D: Ti ispiri a qualcuno quando scrivi?
R: No e non mi sento simile a nessun altro.

D: Quando hai deciso di dedicarti ai pezzi scritti e cantati da te, cosa hai fatto?
R: Ho preparato nel mio studio dieci brani e sono andato a Roma per cercare un’etichetta discografica che fosse interessata a produrmi.

D: Risultato?
R: Non trovando una major che fosse interessata, ho pubblicato sul mio spazio su MySpace i dieci pezzi, da poter scaricare gratuitamente. L’album era “Ci saremmo tanto amati”.

D: Poi…?
R: Poi ho spedito il pezzo “Ci saremmo tanto amati”, singolo di punta tra quei dieci, al “Premio Lunezia”, edizione 2008. Non avevo aspettative, invece sono andato in finale e mi sono classificato terzo.

D: Da qui è arrivata un po’ di pubblicità?
R: Sì. Il “Lunezia” mi ha portato una bella ondata di visibilità e con la mia band ho fatto una piccola tournèe in tutta Italia.

D: A fine tour cosa hai fatto?
R: Mi sono messo a scrivere pezzi nuovi.

D: Nel frattempo hai fatto qualcosa per il disastro ferroviario di Viareggio, vero?
R: Sì. Mentre scrivevo i pezzi nuovi è successo il disastro a Viareggio. Stavo collaborando con Fulvio Perniola e abbiamo pensato di fare qualcosa a scopo benefico. Così è nata la compilation “Ultima Fermata Viareggio”, di cui ho curato la direzione artistica e che è andata in vendita in tutta Italia. Contiene contributi di Federico Stragà, Alessandro Paci e tanti altri. Io ho partecipato con il pezzo “Bella tristezza”, che è piaciuto in particolare alle emittenti radiofoniche e che è uscito come singolo il 23 dicembre 2009.

D: Al momento cosa stai facendo?
R: E’ in uscita il nuovo singolo “L’indicazione”, che precede il nuovo album previsto per settembre. “L’indicazione” si può ascoltare anche su YouTube ed è un pezzo estivo pop, molto solare e allegro.

geko

D: Quando ti chiedono “Che lavoro fai?” cosa rispondi?
R: Musicista. Compongo e scrivo.

D: Da piccolo, cosa volevi fare da grande?
R: Il cantante! Mia madre ha sempre suonato il pianoforte e casa mia è un pout pourri di ogni forma d’arte.

D: Dove vivi?
R: Tra Forte dei Marmi e Roma.

D: Hai mai pensato di trasferirti a Roma?
R: Non andrei mai a vivere là. Mi ritengo troppo fortunato della mia posizione di versiliese!

D: Come si svolge la tua giornata-tipo?
R: Per fortuna e purtroppo non faccio sempre le stesse cose. L’unica costante è la musica.

D: Hai qualche hobby?
R: Ascolto musica e suono il pianoforte, per lavoro e per hobby. A volte vado a curiosare su Facebook, ma sono un po’ lento nell’apprendere le dinamiche di internet. Non guardo la televisione. Gioco a golf e ping pong con la wii.

D: L’ultimo concerto che hai visto?
R: Federico Stragà.

D: Cosa fai in estate?
R: Vado al mare.

D: Piatto preferito?
R: Tagliata e patate fritte.

D: Che locali frequenti?
R: Non frequento locali!

D: Che suoneria hai sul cellulare?
R: Un trillo normale.

D: Destra o sinistra?
R: Non sono schierato. Vorrei andare verso il buonsenso.

D: Sei religioso?
R: Cattolico non praticante.

D: Un complimento che ti ha fatto piacere?
R: Una telefonata di Federico Stragà che mi diceva che gli era piaciuto il pezzo “Bella tristezza”, contenuto nella compilation “Ultima Fermata Viareggio”. Da lì è nata una bella amicizia fra noi.

D: Una critica che ti ha dato fastidio?
R: Qualcuno che ha pensato che mi fossi dedicato alla compilation benefica per farmi pubblicità sfruttando la situazione.

D: Ti piacerebbe…?
R: …Ritagliarmi uno spazio nel panorama musicale italiano.

D: Andresti a X-Factor?
R: No, perché lì creano artisti. Io penso di aver già fatto un certo percorso. Secondo me la tv è un ottimo mezzo divulgativo, ma con tutti gli artisti già bravi che ci sono in giro, non dovrebbero crearne di nuovi. Credo che comunque i prodotti che escono da X-Factor siano prodotti di consumo a breve scadenza, tipo usa e getta.

D: Sei così al naturale?
R: Sì sì! Zero additivi! Non reggo nemmeno l’alcol e sono particolarmente noioso!

geko

CHI E’…
Giacomo Dati – in arte Geko – cantautore toscano, nasce il 22 aprile 1979 a Seravezza sotto il segno del Toro. Si avvicina alla musica in tenera età grazie alla madre pianista che tenta invano di avvicinarlo alla musica classica. All’età di 15 anni inizia a fare il dj, attività che continuerà per diversi anni portandolo a ricoprire il ruolo di dj resident in noti locali versiliesi, come “La Bussola”. Nel 2000 abbandona l’attività di dj per dedicarsi alla sua passione per il recording studio. Nel 2001 apre un piccolo studio privato dove inizia a produrre tracce per il mercato dance. Nel 2002 realizza, insieme al fotografo Angelo Franco Aschei, il cortometraggio “Mano”. Il video, diviso idealmente in due parti (una video-intervista e un videoclip musicale), è stato realizzato da Leandro Manuel Emede con musiche di Giacomo Dati (Geko) e vede Vittorio De Seta in veste di attore. Nel 2003 inizia a collaborare con artisti dance noti a livello nazionale, come Fulvio Perniola. La passione diventa lavoro e da quello stesso anno inizia la sua attività di fonico grazie alla fiducia del cantautore Salvatore Toda che lo spinge anche a intraprendere la strada del cantautorato, così nel 2004 forma la sua prima band e comincia a esibirsi come cantante nei locali della costa toscana. Nel 2007 diventa official producer per Nutunes Records di Fulvio Perniola e continua a produrre sotto lo pseudonimo di Niva. Nel giugno 2008 entra in finale al Premio Lunezia con il brano “Ci saremmo tanto amati” e si piazza al terzo posto tra le band emergenti. Nel 2009 cura la direzione artistica della compilation no-profit “Ultima Fermata Viareggio” e inizia una collaborazione che porterà alla pubblicazione del suo primo singolo “Bella tristezza”.

Foto di Gabriele Danesi.

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Simone Giusti

15 Maggio 2010 Nessun commento

L’INTERVISTA (Pubblicata su Paspartu 1 marzo 2010)

DI CINZIA DONATI

Simone Giusti

Foto di Mara Mazzei

Foto di Mara Mazzei

Due grandi passioni, musica e teatro, che si trasformano in lavoro. Simone Giusti ci racconta di sé, della sua vita attorno alla musica e di come è passato da sognare una vita dedicata al teatro alla realtà!

Foto di Sherlee Blanco

Foto di Sherlee Blanco

Simone, da piccolo volevi fare il musicista?
No, dicevo che sarei diventato astronauta.
Che scuole hai frequentato?
Prima il liceo scientifico, poi fino a metà la facoltà di scienze politiche.
Da dove hai iniziato nel mondo della musica?
Dal pianoforte. Ho iniziato a suonarlo a sette anni.
Raccontaci qualcosa della tua esperienza musicale…
Fino al 1998 suonavo in giro per l’Italia. Poi nel ’98 nasce RockOpera: l’idea era quella di arricchire la nostra esperienza musicale e di creare un gruppo che lavorasse non solo nei locali, ma anche in ambito teatrale.
Chi sono i fondatori di RockOpera?
Alcuni miei amici versiliesi e lucchesi. Il nucleo iniziale era composto da Mara Mazzei, Terry Horn e Antonio Gori.
Qual era il vostro primo obiettivo?
Realizzare Jesus Christ Superstar. Inizialmente suonavamo brani tratti da questo musical nei locali notturni. Da lì ci venne l’idea di proporre l’opera intera in teatro.
E lo avete fatto?
Sì. Abbiamo debuttato nell’estate ’98 a Lucca a Villa Bottini. Fu un successo inaspettato! Aggiungemmo svariate repliche e pensammo di distribuirlo.
Fino a quando lo avete realizzato?
Fino al 2001. Pur essendo amatoriali, io gestivo la Compagnia come se fossimo professionisti. Il fatto che lo spettacolo registrasse sempre il tutto esaurito, ci sosteneva! Dobbiamo dire che nel ’99 e nel 2000 il successo fu consacrato alla Versiliana, grazie al compianto Franco Martini che credette in noi. Fu una specie di battesimo: il passaggio da amatoriali a professionisti.
Poi vi siete fermati. Come mai?
Sì. Nel 2001, per problemi legati all’esclusiva dei diritti d’autore.
Qual era il tuo ruolo nello spettacolo?
Direzione musicale. Cioè direttore d’orchestra.
Vi siete fermati con Jesus e cosa avete fatto?
Avevamo altre produzioni più piccole attive: Sì Viaggiare, sulle canzoni di Lucio Battisti, e Greatest Hits, un meglio di brani tratti da musical.
Poi arriviamo a Joseph e la strabiliante tunica dei sogni in Technicolor…
Sì, è la nostra produzione più impegnativa. Siamo partiti da zero: abbiamo acquistato i diritti, lo abbiamo tradotto in italiano. Io mi sono occupato della direzione musicale. In scena c’erano Rossana Casale e Ivan Cattaneo. Regia di Claudio Insegno. Abbiamo debuttato nel 2002 a Lucca al Teatro del Giglio.
…E avete girato tutta l’Italia!
Sì. In due stagioni teatrali abbiamo fatto tantissime date in tutte le grandi città italiane.
Poi sei passato alla direzione teatrale…
Nel 2006 ho avuto l’incarico di direzione del Teatro Oscar di Milano. Poi nel 2008 quello di collaboratore alla direzione del Teatro Nuovo, sempre a Milano.
Cosa si intende per “collaboratore alla direzione”?
Mi sono occupato della parte che riguarda l’organizzazione del teatro, i rapporti con il personale, la comunicazione e la promozione. Si parte dal programma del teatro e si inventa la parte organizzativa! L’ho fatto per migliorare le mie capacità organizzative.
Ma Jesus l’avete ripreso, vero?
Sì, nel 2008 l’abbiamo riallestito. 10 anni dopo! E siamo tornati alla Versiliana, poi nelle grandi città italiane.
Attualmente RockOpera cosa fa?
Abbiamo questo allestimento nuovo di Jesus Christ Superstar. Poi rimangono attive anche le produzioni più piccole, Sì Viaggiare e Greatest Hits. Ci occupiamo anche di formazione in ambito teatrale.
La musica quindi è il tuo lavoro. Hai qualche hobby?
Mah… Hobby e lavoro coincidono! La musica e il teatro sono le mie grandi passioni.
Un sogno nel cassetto?
Mi piacerebbe lavorare con i teatri qui in zona.
Un consiglio per chi vorrebbe intraprendere la vita teatrale?
Lavorare sul campo. Fare anche corsi professionali, ma solo se prevedono stage. La pratica è fondamentale.

Foto di Mara Mazzei

Foto di Mara Mazzei

CHI E’…
Nato a Pietrasanta il primo febbraio 1971, Simone Giusti è musicista, produttore e organizzatore teatrale.

Jesus Christ Superstar di RockOpera

Jesus Christ Superstar di RockOpera

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Nicola Palladini

17 Aprile 2010 Nessun commento

L’INTERVISTA (Pubblicata su Paspartu 16 febbraio 2010)

DI CINZIA DONATI

Nicola Palladini

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Nicola Palladini è un animale da palcoscenico! Canta, balla e recita in svariati musical. Romano, ultimamente si è trasferito a Lucca per poter insegnare recitazione in una scuola dove si preparano aspiranti attori di musical. In veste di attore, lo abbiamo visto di recente nella parte del cattivo Frank (the producer) in “Welcome to the machine”, con le musiche dei Pink Floyd, per la regia di Emiliano Galigani e in “Il miracolo di Marcellino”, storia tratta da Marcellino pane e vino.

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Nicola, che lavoro fai?
Attore e cantante di musical a tempo pieno e insegnante per aspiranti attori.

Da piccolo cosa volevi fare?
Il ballerino classico. Infatti ho studiato danza classica per quasi dieci anni.

Nella tua famiglia c’è qualche artista che ti ha trasmesso la passione?
No. Quando avevo quattro anni ballavo davanti alla tv. Dopo un po’ mi sono ritrovato in una scuola di danza. Purtroppo a sedici anni ho dovuto smettere per un problema al ginocchio.

Quindi hai proseguito gli studi?
Ho finito il liceo scientifico. Poi mi sono iscritto all’università, alla facoltà di servizi e tecniche turistiche e ho preso la laurea breve nel 2001. Ma non era il momento giusto per lavorare nel turismo…

Come mai hai scelto il turismo?
Perché per nove anni ho lavorato come animatore nei villaggi turistici. Lì è rinata la mia passione per il palcoscenico.

Cosa hai imparato facendo l’animatore?
Il villaggio turistico è una splendida gavetta per chi ama il mondo dello spettacolo e vuole in qualche modo cominciare ad “esibirsi”.

Dopo la laurea cosa hai fatto?
Ho frequentato l’Accademia di musical per due anni. Lì ho studiato diversi stili di danza, recitazione, dizione, musicodramma (cioè interpretare la voce con il corpo), canto e repertorio di musical.

Quali personaggi hai interpretato nei musical?
Riff Raff nel Rocky Horror, Kenickie e Vince Fontaine in Grease, Remo, Fra Malato in Marcellino, l’Apostolo in Maria di Nazareth, Frank the producer in Welcome to the machine.

Qual è il tuo preferito?
Riff Raff, è stato il mio primo ruolo in uno spettacolo musicale.

Una parte che ti ha dato particolare soddisfazione?
Sicuramente il cattivo Frank in Welcome to the machine.

Una parte che non faresti mai?
Difficile da dire… Forse non esistono ruoli che rifiuterei, il teatro è pur sempre il mio lavoro.

Tra Frank, personaggio perfido e Fra Malato c’è tantissima differenza…
Sì. Il frate di Marcellino vive di ansie, è malaticcio, è un personaggio comico, all’opposto di Frank, che pensa solo ai soldi e allo show-business. Mi piace molto poter cambiare spesso identità. Passo dal rock alla chiesa molto tranquillamente! L’attore rivive in ogni personaggio che interpreta. Cambiare parte e confrontarsi ogni volta in un ruolo diverso è il bello di questo lavoro!

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Un sogno nel cassetto?
Interpretare il ruolo di Giuda in Jesus Christ Superstar.

Come funziona il mondo dei provini?
Io prendo parte a quelli per attori e cantanti. I bandi di audizione si trovano facilmente su internet. Chiedono di inviare curriculum e foto oppure di telefonare per prenotarsi.

In genere il provino si fa per una parte specifica, vero?
Sì e no. A volte la produzione cerca un ruolo ben preciso. A volte tutto il cast.

In quanto tempo si può studiare una parte per un provino?
Ci vuole almeno una settimana di studio per prepararsi bene, se non conosci già il musical.

Poi ti presenti al provino… In mezzo a quanti aspiranti?
A volte sono un migliaio, a volte una cinquantina. Dipende dal tipo di audizione.

Dopo il provino cosa succede?
La produzione può chiamarti per un secondo o un terzo provino. E poi ti fanno sapere…

Come si svolge la tua giornata-tipo?
La mattina solitamente studio, scrivo per possibili aspetti di regia di musical e preparo le lezioni. Pomeriggio e sera mi dedico alle prove e all’insegnamento a Lucca.

Quando sei libero cosa fai?
Faccio una passegggiata a Lucca in centro. E’ una città molto tranquilla, per me che vengo da Roma. Le serate libere le passo nei locali lucchesi o in qualche locale in Darsena a Viareggio.

Un tuo pregio?
Sono altruista e adattabile alle situazioni.

Accetti le critiche?
Quelle motivate sì. Fanno crescere.

Un difetto?
Un po’ troppo preciso… Direi pignolo!

Progetti futuri?
La nuova tournèe di “Welcome to the machine – The Rock Show” che parte il 19 febbraio da Ivrea e si conclude a Milano il 30 aprile. Poi, il debutto in due nuovi spettacoli musicali: “Alice nel Paese delle Meraviglie”, per la regia di Enrico Botta e “Love… Across the Universe – Rock&Drama”, liberamente tratto dal film di Julie Taymour per la regia di Emanuele Gamba. In generale, mi piacerebbe passare da uno spettacolo all’altro senza sosta e stare sul palco tutto l’anno!

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CHI E’…
Nicola Palladini inizia nel 1988 a studiare danza classica e moderna. Tra il 2003 e il 2005 frequenta l’Accademia per la formazione artistica teatrale musicale Musical Theatre Academy e nel 2007 l’Accademia Laboratorio Method Acting Stanislavskji/Strasberg. Prende parte in veste di attore a tantissimi musical: Lady Day, Romol&Remo, Rocky Horror Tribute Show, Grease Tribute, Maria di Nazareth, Welcome to the machine, Il miracolo di Marcellino.

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Oronzo Luciano Vittorio Ricci

5 Aprile 2010 Nessun commento

L’INTERVISTA (Pubblicata su Paspartu 1 febbraio 2010)

DI CINZIA DONATI

Oronzo Luciano Vittorio Ricci: pigheologo

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Incontriamo Oronzo Ricci, lo ammettiamo, per pura curiosità. Come può venire in mente ad un artista di inventare la “pigheologia”, cioè l’interpretazione della personalità di una donna partendo dall’osservazione della forma delle natiche?… Eh sì, le domande da fare sono davvero tante!

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Signor Ricci, lei che lavoro fa?
Il genio.

E’ un lavoro?
Detto così fa sorridere. I geni però esistono veramente e sono molto rari.

Mi dia la definizione di “genio”…
Quando si eccelle in più di un’arte, siamo nella genialità.

Lei in quali arti eccelle?
Pittura, musica e scrittura. Ufficialmente sono artista. L’arte è una professione molto antica. Una volta aveva più valore perché riservata a pochi.

Dove nasce la sua passione per l’arte?
Nasce per contrasto. Sono nato in un paese dove l’arte non sapevano cosa fosse!

Da piccolo cosa diceva che avrebbe fatto da grande?
L’inventore. Ero molto curioso e mi piaceva risolvere i problemi. A sette anni ho costruito una meridiana.

Poi ha inventato la pigheologia. Come le è venuta in mente questa idea?
Da giovane, al liceo artistico, ero talmente timido che preferivo dipingere la modella dal retro piuttosto che stare davanti, quindi ero un grande conoscitore della “retrorittratistica”. Avevo notato una lacuna nei testi di anatomia artistica…

Cioè?
In quei testi erano dedicate molte pagine al viso, mentre all’altro lato del viso erano dedicate pochissime pagine…

L’altro lato del viso???
Esatto. Il viso dice ciò che vorremmo essere a seconda dell’espressione che gli diamo. Le natiche invece dicono la verità, o meglio quello che siamo, perché non si possono camuffare dietro l’espressione.

Come mai le è venuto in mente di colmare questa lacuna?
Io sono amante della verità. Ho avuto il coraggio di farlo! L’artista non deve avere freni inibitori. Ci sono gli artisti creativi che inventano qualcosa e quelli che seguono le mode degli altri.

Da dove inizia il percorso che l’ha portata a mettere a punto questa invenzione?
Ho iniziato classificando le natiche. Mi sono servito degli schemi della fisiognomica (la fisionomia è l’arte di individuare la personalità dalla forma del viso) per arrivare alla pigheologia, nome coniato da me circa venti anni fa nel corso di una conferenza stampa.

Quindi cosa è la pigheologia?
E’ l’arte di individuare la personalità di una donna dalla forma delle natiche.

Ma questa arte nasce dal nulla?
No! Ha radici nella storia. Con il Cristianesimo le natiche nelle opere d’arte sono state coperte. Nasce da basi artistiche. Ho studiato all’Accademia…

Mi scusi, ma perché una donna viene da lei a farsi fare una pigheologia?
Chi viene da me sa cosa è la pigheologia. Mi conosce e sa che persona sono.

Come funziona?
La donna che si rivolge a me viene nel mio studio. Si spoglia e io vedo la tipologia di natiche. Le classifico e ne definisco l’appartenenza. Da qui si passa alla personalità. Poi consegno una specie di referto dove è scritta la personalità, corredata da una fotografia. Se la donna vuole, si può aggiungere un retroritratto.

Le donne sono soddisfatte del risultato?
Quasi sempre sì.

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Dal suo curriculum vedo che ha fondato il distruttivismo…
Negli anni Ottanta rimasi incantato da uno spazio dove solitamente componevo nature morte e realizzai un quadro dove è rappresentato lo spazio, ma gli oggetti non ci sono. Da qui nasce il distruttivismo.

Da dove nasce l’arte?
Dalla noia! Se un artista copia gli altri, non inventa nulla di nuovo. Quando l’artista si annoia di tutto quello che esiste già, è quello il momento in cui diventa creativo e inventa…

Quindi cosa è il distruttivismo?
Il distruttivismo è una frattura sul piano emozionale ottenuta attraverso la distruzione. Anche questo nasce dalla noia, dall’assuefazione. A causa della noia le cose perdono valore. Il distruttivismo restituisce valore a quelle cose.

Come si traduce nella pratica?
In pratica esaspero lo spazio e lo frantumo. Si parla di spazio vuoto, di nuovo modo di perfezionare la prospettiva.

Scusi lei è una persona molto originale. Però si è sposato come tutti…
Ho conosciuto mia moglie (Vittoria Angela Romei, NDR) all’Accademia. Abbiamo scoperto di avere tante cose in comune e ci siamo sposati. L’ho sposata perché è la persona giusta. Dal punto di vista artistico avverte i miei momenti di creatività più validi.

Posso fare una domanda a sua moglie?
Certo.

Signora Vittoria, come si fa a stare insieme a un pigheologo? Insomma è una realtà un po’ difficile, no?
Io credo che il femminismo di oggi sia esagerato. Io non mi annoio mai! Certo alcune persone fraintendono…

Signor Ricci, attualmente a cosa si sta dedicando?
Ad annoiarmi.

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CHI E’…
Oronzo Luciano Vittorio Ricci nasce a Cervinara (Avellino) il 30 agosto 1956. Si diploma al liceo artistico di Benevento e all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Si dedica alla pittura e contemporaneamente alla musica studiando flauto al Conservatorio. Al momento fa il pittore, il musicista e lo scrittore. In veste di scrittore, usa il nome Vladimir Svarowski. Inventa la pigheologia e fonda il distruttivismo.

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Paolo Seganti

15 Marzo 2010 Nessun commento

L’INTERVISTA (Pubblicata su Paspartu 16 gennaio 2010)

DI CINZIA DONATI

Paolo Seganti
dal ring alla scrittura… attraverso il cinema e la tv

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Incontriamo Paolo Seganti, attore teatrale e volto noto di tanti film e serial televisivi (per citarne alcuni: Carnera, Elisa di Rivombrosa, Ho sposato un calciatore, La Tata, E.R. Medici in prima linea, C.S.I.), in occasione della presentazione del suo libro “L’imbuto di latta abbandonato”, un ponte fra realtà e fantasia, una favola per chiunque abbia ancora voglia di sognare.

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Partendo dall’inizio, parlaci della tua infanzia…
Sono nato a Rovereto di Trento. Sono cresciuto un po’ in giro per l’Italia. Sardegna, Toscana, Campania, Emilia. Mio padre aveva una ditta di appalti e noi ci spostavamo nei luoghi dove la sua ditta svolgeva i lavori. Trovava sempre una casetta in campagna. Sempre in mezzo agli animali: cani, gatti, galline, cavalli, caprette, papere, tacchini.

Tra i lavori che hai fatto, c’è anche il pugile…
Il pugilato è da sempre lo sport di famiglia. Io e tutti i miei fratelli lo abbiamo praticato, anche a livello nazionale. Mio padre, appassionato, ci ha comprato i guantoni fin dalla più tenera età. Inevitabilmente ho seguito l’esempio dei miei fratelli più grandi e per me è stato un surrogato del palcoscenico, che è la mia passione sin dall’infanzia. Quando i miei fratelli hanno smesso di combattere, non mi divertivo più ad andare in palestra da solo, così ho cambiato scena… Il pugilato mi ha temprato e mi è servito per affrontare i sacrifici che servono per lo studio e il lavoro di attore.

Da anni vivi a Los Angeles: come hai deciso di lasciare l’Italia?
A diciannove anni, finito il servizio militare, che ho fatto a Roma, mi sono “imbarcato” per New York.

Hai ereditato da qualcuno in famiglia la passione per il teatro e il cinema?
No, è sempre stata dentro di me. Ricordo che anche da piccolo avevo l’attitudine per il palcoscenico. A casa interpretavo novelle e racconti di mia mamma e prendevo spunto anche dalle barzellette della sua “Settimana Enigmistica”. Lei mi arrangiava i costumi e al resto pensavo io, trasformando fustini di detersivo in tamburi! Insomma davo spettacolo. Soprattutto in occasione delle visite dei parenti, che, fingendosi entusiasti, subivano e applaudivano. Lavoravo in coppia con mio fratello Luca, ma lui si interessava soprattutto della parte economica. Anche a scuola ero apprezzato per le mie “performance” nelle recite scolastiche e il pubblico non mi spaventava. Mi piaceva mettermi in mostra con le ragazzine ed ero sempre il primo ad alzare la mano quando c’erano delle interrogazioni, anche se spesso non sapevo la risposta.

Quando hai deciso che l’attore sarebbe stato il tuo lavoro principale?
Fu la sera che in tv vidi “Lo Spaccone” con Paul Newman. Mi venne la pelle d’oca. Piansi a lungo, durante la scena dove rompono i pollici a Eddy Felson, il personaggio interpretato da Newman. Attraverso la vetrata zigrinata si intravedeva appena la sagoma di Eddy, ma avevo il cuore in gola. Quella sera dissi ai miei genitori che sarei diventato attore professionista e che sarei andato a New York. Avevo 9 anni. Ho mantenuto la promessa.

Hai fatto la gavetta?
Certo, come tutti quelli che partono dal loro paese, credo. Dopo la prima settimana a New York, senza parlare la lingua, senza permesso di lavoro o di soggiorno, sono andato a Toronto dove ho cominciato a combattere sul ring di nuovo per sopravvivere e a lavorare in un super ristorante, dove facevo di tutto (entravo letteralmente nei pentoloni per pulirli, tanto erano grandi). Nel frattempo imparavo la lingua. Frequentavo solo gente del posto, che parlava inglese, non italiani (che a Toronto ce ne sono più che in Italia). Non mi è costato tanti sacrifici, perché avevo un’obiettivo ben preciso e il mondo che frequentavo era completamente nuovo, interessante, pieno di sorprese e avventure. Era una lezione ogni minuto della giornata. Non ho avuto tempo di aver nostalgia o sentirmi solo, anche se lo ero. A parte la famiglia non mi mancava nulla. Dopo due anni sono tornato a New York con una campagna pubblicitaria per Calvin Klein. Infatti durante un combattimento di boxe a Toronto, un fotografo importante, Bruce Weber, mi ha visto, occhio nero e labbro gonfio e mi ha chiesto se volevo fare da modello per questo servizio fotografico a Santa Barbara in California. Mi pagava 15mila dollari al giorno. Vedi, la boxe mi è stata utile anche qui!

Per un po’ di tempo hai fatto il modello…
Sono stato fortunato. Ho lavorato nella moda per diversi anni, a Parigi, Milano e Tokyo. Ho fatto l’immagine per Chanel Egoiste, Valentino, Armani, YSL e tanti altri. La moda non mi è mai piaciuta tanto, ma vuoi mettere bellissime ragazze, paesi tropicali e tanti soldi, contro pentoloni giganti e cazzotti il sabato sera? Il resto è passato come un fulmine. Non mi sono più fermato. Ritornato a New York, ho fatto un provino per entrare al HB Actor Studio e ho cominciato a studiare. Dopo pochi mesi a fare teatro.

Quali sono i film e i serial televisivi per cui hai lavorato più volentieri?
La serie “Largo Winch”, per la Paramount Usa, dove ho fatto il protagonista, è il lavoro che mi ha dato più soddisfazioni. C’era tanta complicità con i miei compagni di avventura e tanta collaborazione con i registi e gli scrittori. E’ stato il mio primo vero serial, dove ho costruito un personaggio in mesi di ricerche e studio. Era basato sul fumetto cult francese “Largo Winch”. Lavorare poi con Franco Zeffirelli in “Un the per Mussolini” è stata una grande esperienza.

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Poi dal cinema sei approdato alla scrittura…
Non sopporto stare fermo. La necessità di essere sempre creativo, soprattutto durante i periodi tra un progetto e l’altro, mi ha portato a buttare giù idee per film e storie per teatro. Leggendo molti copioni mi vengono in mente situazioni da tradurre in film o sceneggiati. L’idea per questo libro mi è venuta ascoltando le storie vere che i miei genitori raccontavano a noi fratelli.

Così è nato “L’imbuto di latta abbandonato”…
Per quanto riguarda la storia dell’imbuto, l’unica cosa certa è che sono partito dal titolo. E’ strano ma è così, ma non so perché un imbuto. I personaggi sono emersi da una dimensione sconosciuta e si sono imposti creando la loro storia per poi affidarmela. Mi è piaciuto affiancarli con l’anima delle cose, degli oggetti, delle piante. Per risarcirli della poca considerazione che abbiamo nei loro confronti. Non so come lavorano gli scrittori professionisti, ma ho trovato un metodo che funziona per me. Non ho mai fatto un corso, o una lezione a riguardo. Se mi viene un’idea, mi metto al computer e comincio a scrivere.

Quanto c’è di autobiografico nell’imbuto?
Può darsi che qualcosa ci sia, ma non era programmato.

Da piccolo ti piaceva leggere?
Non tanto. Preferivo avventurarmi in campagna e giocare all’aria aperta con i miei fratelli. Ma i miei genitori, insaziabili lettori, mi hanno invogliato alla lettura dai 10 anni in su. Da prima Salgari, poi Jules Verne, Jack London. Fino a Henry Miller, Dostoevsky, Tolstoy, Hemingway, Thomas Mann, Bukowsky.

Attualmente dove vivi?
Vivo a Los Angeles da 13 anni, con la mia compagna e i miei 4 stupendi fanciulli. Il quinto è in arrivo!

Progetti per il futuro?
In cantiere ho una nuova storia alla quale sono molto affezionato e che spero di terminare presto.

Pensi di tornare in Italia?
Adoro l’Italia. Ogni volta che vengo per lavoro, mi sento un po’ come un turista. Giro per le città con lo sguardo all’insù ad ammirare palazzi e sculture. Vado a visitare musei e gallerie d’arte. Sì, sto “lavorando” per instaurare un rapporto duraturo con l’Italia che mi permetta di rimanere a lungo, in modo da portare con me la mia famiglia. Voglio che i miei figli imparino a parlare l’italiano e facciano loro le nostre tradizioni e i nostri valori che credo siano più profondi di quelli che si trovano negli USA. La mia compagna, poi, ha vissuto in Italia per diversi anni quando faceva la modella e parla un italiano stupendo. Spero tanto che questo mio sogno si avveri presto.

Sei mai stato in Versilia e a Lucca? Se sì, in quali occasioni?
In tutti e due i luoghi, con la mia famiglia in vacanza. La Versilia è stupenda. Anche Lucca mi è piaciuta molto: è una bomboniera.

Quali sono i luoghi più belli della Toscana che conosci?
Il Chianti e Monsummano Terme, dove ho casa.

A parte aver visitato i luoghi, hai qualche legame particolare con la Toscana?
Mia mamma è nata a Castelnuovo Val di Cecina, dove ho trascorso parecchie delle mie estati da piccolo. Probabilmente il più bel periodo della mia vita!

“L’Imbuto di latta abbandonato” è pubblicato da Masso delle Fate Edizioni, con introduzione di Maurizio Costanzo.

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CHI E’…
Paolo Seganti nasce a Rovereto di Trento. Usa il ring come palcoscenico, alternando i combattimenti alla recitazione (teatro). E’ protagonista nel mondo della moda (Valentino, Armani, Chanel, YSL, Lanvin e Calvin Klein) e lavora per i fotografi Weber, Goude, Lindberg e Mondino. Lavora molto sulla scena di New York con il consenso della critica e di un pubblico da “tutto esaurito” (protagonista in “Equus” e nell’autodiretta “Whose life is it anyway”). Debutta nel cinema con il film di Woody Allen “Tutti dicono I love you” , subito seguito dal pluri-premiato film di Curtis Hanson “L.A. Confidential”, “Still breathing” e dal film di Franco Zeffirelli “Un the con Mussolini”. Più di recente è interprete con record di audience in Canada e in Europa delle serie della Paramount “Largo Winch” (fumetto internazionale). Partecipa a notissimi serial televisivi come “La Tata”, “E.R. Medici in prima linea”, “C.S.I.”, “The Closer”. Film in Italia con Francesco Laudadio, Carlo Vanzina e Renzo Martinelli. Numerose sono le fiction di successo in cui ha rivestito il ruolo di protagonista, tra cui le otto puntate di “La Figlia di Elisa. Ritorno a Rivombrosa”, in cui ha interpretato il Conte Martino Ristori, poi “Le stagioni del cuore” e “Ho sposato un calciatore”. Co-protagonista in “Carnera” e “Ultimo”, nel ruolo di Arciere. Con “L’imbuto di latta abbandonato” è al suo debutto come narratore. Vive a Los Angeles con la compagna e quattro figli (il quinto è in arrivo).

www.paoloseganti.com

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Mara Ariani Mazzei

15 Marzo 2010 Nessun commento

L’INTERVISTA (Pubblicata su Paspartu 1 dicembre 2009)

DI CINZIA DONATI

Mara Ariani Mazzei: nata per la musica

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Mara è un volto conosciuto… Ha fatto talmente tante cose che inquadrarla in un solo ruolo è veramente difficile. Diciamo che il filo conduttore della sua vita professionale è la musica, più in generale lo spettacolo. Ma, vista la mia difficoltà a spiegare in poche parole che lavoro fa, lo chiedo direttamente a lei…!

Mara, raccontaci di te: dove e quando sei nata?
A Viareggio, a centro metri dai vecchi hangar del Carnevale, con il salmastro nel sangue, il 24 agosto 1977. Sono una cuspide leone/vergine: solare e orgogliosa come il leone, pignola come la vergine!

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Che lavoro volevi fare da piccola?
Il notaio, perché mi avevano detto che avrei lavorato poco e guadagnato tanto! Poi c’è stato un periodo in cui volevo fare l’archeologa e poi l’assistente di Mariele Ventre, che dirigeva il coro dello Zecchino d’Oro. Facevo spesso un gioco in cui immaginavo che il salotto di casa mia fosse un teatro e organizzavo la sala, spostando i bambini immaginari da un posto all’altro!

Avevi già lo spettacolo nel sangue?
Guarda… A due anni presi parte a una recita dell’asilo. A fine spettacolo mi misi a staccare i fiori dal proscenio, li baciavo e li lanciavo al pubblico!

A che età hai iniziato a capire che il mondo dello spettacolo faceva per te?
Mah… Da adolescente rinfacciai ai miei genitori di avermi dato troppi stimoli e non sapevo ancora cosa volevo fare da grande. Ai tempi del liceo classico ero convinta di diventare archeologa. Ma iniziai a capire che studiare, per me, era una fatica. Mi ritirai dal classico e mi iscrissi al liceo psico-pedagogico. Poi iniziai l’Università.

Ma avevi già iniziato a calcare le scene?
A 11 anni iniziai a studiare danza classica. Fu una scelta di mia madre, perché ero poco femminile. Il fatto di avere un fratello più grande di me di un anno, non mi aiutava nella femminilità… Pensa che alle elementari, per le recite di Natale, mi facevano sempre fare l’Arcangelo Gabriele!

Oltre alla danza classica, hai studiato anche recitazione e canto, vero?
Sì. Per passione mi sono dedicata al musical, che è musica e teatro. Il teatro non è solo parola. Un corpo deve saper comunicare anche senza audio. Per questo la danza è importante nel musical. A 16 anni però ho mollato gli studi di danza classica.

Perché?
Perché ho dovuto scegliere tra l’Accademia di Danza Classica, che in quel momento mi sarebbe piaciuta, e quindi lasciare gli studi, oppure continuare a studiare. Ho deciso di proseguire gli studi. In quel periodo ho iniziato a prendere le prime lezioni di canto. Per mantenermele lavoravo nei pub. L’Università poi non l’ho finita.

Quindi a un certo punto lavoravi e ti mantenevi le lezioni di canto?
Sì. Di lì a poco, attraverso vari contatti importanti, ho iniziato a lavorare nel mondo dello spettacolo. A livello locale il gruppo dei Bad Experience, di cui faccio parte, è stato un vero e proprio cantiere per me. Ci si esibiva nei locali e ci si divertiva. Per scherzo inserimmo in scaletta qualche brano di Jesus Christ Superstar.

…Da scherzare sei passata a fare sul serio!
Sì… I pezzi di Jesus che facevamo piacevano talmente tanto, che nel 1998, sempre per scherzo, passammo a fare tutto il musical, che debuttò a Lucca a Villa Bottini nel 1998. Piano piano da situazione amatoriale è diventato un impegno.

…Ed è iniziata la tua vita in tournèe…
Eeeh sì. Il tour forgia il carattere, diventi autonomo. Succede che ti svegli di notte e magari non ti ricordi dov’è il bagno, perché la notte precedente eri a dormire in un altro albergo!

Quanti lavori hai fatto nel mondo del teatro?
Tanti! Assistente macchinista, regista, coreografa, attrice. Ma tanti anche fuori dal teatro: decoratrice di interni, insegnante, tata di sei fratellini, ho scaricato crisantemi al cimitero… Ho fatto di tutto per potermi permettere di fare altro…

Quindi se ti chiedo che lavoro fai adesso…?
Sono al servizio dell’arte, in continua evoluzione! Mi sto appassionando di fotografia e sto ripartendo in tour con la compagnia Rockopera e Jesus Christ Superstar, in cui interpreto Maria Maddalena, oltre ad essere regista.

Nel tempo libero cosa fai?
Sono un carpentiere! Il mio fidanzato per Natale mi ha regalato un trapano!

Il tuo fidanzato lavora con te?
No, si occupa di informatica. Ho avuto compagni nel mio campo, ma c’è conflittualità.

Un tuo pregio e un difetto?
Non perdo il senso della meraviglia. Lo stupore del bambino aiuta ad essere ricettivi agli stimoli esterni. E’ anche il mio più grande difetto!

Un sogno?
Diventare nonna!

La tua più grande ambizione in campo professionale?
Lavorare con Gigi Proietti, perché so di riflesso dai miei colleghi che è un grande uomo.

Secondo il tuo punto di vista, puoi dirmi una caratteristica per ogni personaggio con cui hai lavorato, qualcosa di ognuno che ammiri in particolare?
L’eleganza di Christian De Sica, la disciplina di Raffaele Paganini, la dolcezza di Andrè De La Roche, il senso materno di Liliana Cavani, il carisma di Massimo Ranieri.

Per completare il quadro, sei anche insegnante…
Ai fini dell’insegnamento, ho scritto un progetto di musica per i bambini delle scuole che si chiama “Giro del Mondo in 16 battute”. E’ un lavoro di intercultura che si compone di una serie di incontri dove si apprendono le prime nozioni di musica. Alla fine i bambini cantano e mettono in scena uno spettacolo.

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CHI E’…
Cantante, attrice, ballerina, Mara è diplomata alla Bernstein School of Musical Theatre di Bologna. In teatro l’abbiamo vista in “Poveri ma belli”, con Michele Carfora e Bianca Guaccero, regia di Massimo Ranieri, musiche di Gianni Togni; in “Parlami di me”, con Christian De Sica, di M.Costanzo-E.Vaime, coreografie di Franco Miseria; in “Cannibal, il musical”, di Parker-Stone, con Claudio Insegno; in “Valentino”, con Raffaele Paganini; in “All that jazz” di e con Andrè De La Roche; in “Pagliacci”, con Daniela Dessì, regia di Liliana Cavani; nel ruolo di Maria Maddalena nel “Jesus Christ Superstar” della compagnia Rockopera. Ha fatto la vocalist in studio e live per Zucchero, Dirotta su Cuba e altri. Solista con la band Bad Experience. E’ autrice del progetto propedeutico di teatro musicale “Giro del Mondo in 16 battute”. E’ coreografa per Metropolis Production di “Welcome to the machine”. E’ actor-trainer per Rockopera dal 2001. Insegna canto presso JAM Centro Musica Moderna di Lucca.

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